Missione 2010

Testimonianza dell'esperienza in Zambia
Una sensazione di ricchezza interiore mai sperimentata prima

Avevamo tanto immaginato il villaggio di Chirundu, i suoi volti e noi in mezzo a loro. Avevamo anche tanto pensato a quanto sarebbe stato difficile affrontare un’esperienza simile e questa difficoltà ci spaventava. Effettivamente, il nostro primo incontro con le bambine dell’orfanotrofio Mudzi Wa Moyo (villaggio della vita) ci ha un po’ disorientate: settanta bambine, con settanta nomi completamente diversi dai nostri e con settanta visi per noi difficili da riconoscere, ci hanno accolto con così tanto entusiasmo da travolgerci e un po’ intimorirci...
Questa prima sensazione di paura si è però ben presto trasformata in emozioni positive e in tanta voglia di scoprire e conoscere. Abbiamo trascorso tre settimane immerse nella quotidianità delle bambine, seguendole nelle loro attività e lasciandoci coinvolgere sia a livello pratico che emotivo. E tra questi due aspetti, quello più complicato è stato nettamente il secondo.
Alla vita pratica, seppur lontana da quella comoda a cui siamo abituate, ci siamo presto e senza grosse difficoltà adattate: là le giornate sono corte, si gioca in mezzo alla terra, a volte incontrando insetti non proprio bellissimi e si mangia con le mani una polenta pallida ed insipida. O almeno, questo è quanto fanno le bambine del Mudzi Wa Moyo, delle quali le Sisters si prendono cura con un’organizzazione che tiene conto e provvede ad ogni tipo di necessità per la loro crescita. Differente è la vita fuori dall’orfanotrofio, dove si notano in maniera più violenta le ristrettezze che tutti abbiamo in mente pensando all’Africa. Si vive in dieci in un’unica casa che il più delle volte è una minuscola capanna di paglia, ci si lava sulle sponde del fiume Zambesi correndo il rischio dell’attacco dei coccodrilli, si coltivano pomodori da vendere al mercato per guadagnare qualche Kwacha, si gioca tra spazzatura e pozzanghere, si mangia quello che c’è, si convive con malattie mortali…
Più complicato è stato calarci nel modo di pensare e di affrontare la vita, le relazioni, i problemi. Qui, le suore ci hanno aiutato molto ad interpretare ciò che vedevamo, che ci veniva raccontato dalle bimbe o che sentivamo nel villaggio: il concetto di tempo, il rapporto uomo-donna, l’elaborazione del lutto, la concezione del dolore, le tradizioni e le credenze, il modo di vivere la fede e la cristianità.

Ci siamo impegnate sin dall’inizio affinché il nostro rapporto con le bambine non si riducesse al semplice giocare insieme, cercando il più possibile di costruire una relazione vera, che permettesse loro di aprirsi con noi. Ciascuna infatti ha subito situazioni di violenza o di abbandono, di malattia o di morte, che hanno lasciato nel loro cuore segni profondi e indelebili riconoscibili anche da alcuni loro comportamenti. Molte sono assetate di attenzioni, tanto da arrivare a competere per ottenerle. Altre, al contrario, sono totalmente chiuse e schive. Altre ancora sono quasi aggressive.
Tuttavia, nonostante il loro passato e, più in generale, le condizioni della popolazione, tutte le persone che abbiamo incontrato ci hanno trasmesso gioia e speranza, ben al di là di quello che succede in luoghi dove il benessere è diffuso. Passare una giornata con le nostre bambine voleva dire trovare sempre un motivo per sorridere, anche dopo qualche lacrima o litigio. Voleva dire tornare a casa ogni sera con una sensazione di ricchezza interiore, mai sperimentata prima. E voleva dire anche provare un po’ di vergogna per come siamo soliti condurre la nostra vita.

Da quando siamo rientrate in Italia ci siamo sentite quasi estranee e ci manca ogni cosa di Chirundu: ci manca la terra rossa, ci manca il sole grande e l’aria che si respira solo là. Ci manca la gente, così diversa da quella che incontriamo qui. Ci mancano poi, più di tutto, le nostre bimbe. I loro sguardi ci sono proprio entrati nel cuore ed è difficile continuare a fare le cose di tutti i giorni senza pensare al tempo passato con loro. Come è difficile sentirsi nuovamente a proprio agio qui, ora. La nostra quotidianità ha cambiato sapore e a volte sembra aver cambiato anche senso.
È questo che chiamano mal d’Africa?