Carcere

Esperienza di carità operosa, carcere della Giudecca, Venezia
Fili del suo arazzo

Esagerata foto 305
Come in ogni viaggio mi preparo per la partenza, la valigia è sempre molto pesante, non sono i vestiti, né gli oggetti che mi porterò… Ciò che pesa di più sono i pensieri che vorrei abbandonare, che fanno parte di me e quindi non posso lasciare a casa, ma che spero riuscirò a tener chiusi in questa vecchia valigia alla quale sono tanto affezionata.
Altro grande peso sono i pregiudizi… Miei, dei miei parenti, dei miei amici…
Verso il luogo: il CARCERE… Quante cose si dicono su questo luogo che in realtà pochissime persone conoscono veramente…
Nella mia testa molte domande: chi incontrerò? Come sarà? Quanto ci starò? Che cosa farò? Come starò?… E molte altre…
Il viaggio in treno è sempre il più suggestivo: i capelli si scompigliano quasi rendendo l’immagine dei pensieri che nascono nella mente, vedi i paesaggi scorrere, quasi inafferrabili, tutto ciò mi dà la sensazione di movimento, di cambiamento.
Arrivate nella “città dei riflessi”, oltre al caldo che ci ha accompagnate per l’intera esperienza, viviamo i primi incontri, la formazione del gruppo, che pian piano, a scaglioni si compatta: Io, Miriam, Elena, Roberta, Stefania, Orietta, Lucia, Stefania, Serena, Katia, Paola, Marta, Elisabetta, Sr. Sandra, Sr. Marisa e Sr. Gabriella… che donne!!!
Credo che nessuna di noi avrebbe mai pensato di entrare in carcere senza una minima preparazione e subito il giorno di arrivo… Invece eccoci lì, davanti all’entrata, poco conservata, della struttura di detenzione… Due bandiere ad accoglierci. Noi con le chitarre in mano, i libretti per la S. Messa e i cuori palpitanti. Le emozioni? Le più diverse… Curiosità, paura di dire qualcosa di sbagliato, attesa, occhi luccicanti e tredici sorrisi sono entrati in carcere… Tredici donne o ragazze pronte a tessere relazioni, come fili di uno splendido arazzo.
Appena entrate abbiamo solo potuto scorgere qualche volto, alcuni accoglienti, altri più schivi, e poi siamo state dirette nella cappella per animare la S. Messa.
Per me è stato importantissimo iniziare in questo modo la conoscenza: vivendo insieme ciò che ci accomuna, la Fede in Dio: Padre buono che perdona, che capisce, che ci ascolta, che ci ama qualunque sia la nostra lingua, la nostra cultura, il colore della nostra pelle, la nostra idea politica, il nostro modo di vivere e per il quale siamo tutti FIGLI…
Mi sono ritrovata in questo coro di DONNE che rispondevano con fede nella liturgia, che cantavano con il cuore i testi delle canzoni scelte da noi… è stato molto bello - anche perché ormai questo capita raramente nelle nostre parrocchie.
Importanti per la nostra serenità sono stati i saluti e le presentazioni delle donne detenute: chi in modo spontaneo, chi in modo più particolare, ognuno secondo il proprio carattere, grazie alla mediazione delle due suore che ci hanno accompagnate e guidate in ogni momento di questa forte esperienza di Carità operosa.
Noi non siamo entrate per giudicare, ma per portare un po’ di amore, un po’ di attenzione, di ascolto e perché no, di svago, qualche pausa dai pensieri e dalle sofferenze che spesso divorano queste donne nell’anima e nel corpo. Molte di loro, infatti, soffrono di depressione e non tengono più nemmeno al proprio aspetto, non si curano e poi quando si guardano allo specchio stanno ancora peggio.
Le nostre guide non ci hanno informate di quali delitti o reati fossero artefici queste donne… Personalmente ho accettato questa proposta vincendo l’umana necessità di sapere perché le persone con cui parlavo fossero lì. Questo mi ha permesso di andare in fondo al loro cuore, di ascoltare in modo pieno i loro racconti, non fermandomi agli atti, alle azioni commesse, cercando di capire, sottolineo, non di giustificare, errori e scelte compiute…
Questo atteggiamento mi ha permesso di crescere, di fare qualche passo nell’imparare a conoscere prima di giudicare, perché, invece, siamo sempre più spesso abituati a limitarci alla seconda di queste parole, senza preoccuparci del fatto che gli oggetti dei nostri pre-giudizi sono persone con storie, scelte, famiglie, culture magari diverse, ma, più spesso, molto simili alle nostre.
Personalmente in carcere mi aspettavo, o forse speravo, di incontrare dei mostri; invece, sin da subito, mi ha sconvolta la “normalità” di queste donne, di cui alcune ragazze della mia età, come molte altre che frequento. Normalità ecco la prima parola che ho iniziato a guardare con curiosità… Quanti significati diversi si possono porre in questo vasto cassetto… chissà tra cinquant’anni cosa riterrò “normalità”…
Ho capito che il confine tra fuori e dentro, tra legittimo o illegittimo, tra libero e detenuto, tra buoni e cattivi, tra bene e male, è molto labile.
Ho potuto mettere la parola fine ad alcuni schemi in cui ero caduta a causa dell’ignoranza e della pigrizia nella ricerca della verità rispetto a certi slogan o frasi appartenenti all’opinione comune, ma ben lontane dalla realtà del carcere: “Fanno la bella vita! Non fanno nulla tutto il giorno e le mantengono con i soldi dello stato! Non cambieranno mai! Dovevano pensarci prima! Hanno sbagliato ed ora pagano! Dovrebbero chiuderle dentro e buttare le chiavi! Al rogo! Vogliamo la pena di morte!… Quante parole escono dalla nostra bocca… INUTILMENTE…
Certamente non ho risposte… chiunque voglia approfondire lo può fare, conoscendo direttamente queste persone… in ogni città ci sono carceri, non c’è bisogno di fare grandi viaggi…
Conoscere… non posso dire di conoscere né di essermi fatta conoscere in modo completo… eppure grazie a qualche canto, a dei giochi improvvisati o pensati per portare un po’ di movimento e spirito di squadra e a laboratori di “alta sartoria”
mi sono lasciata avvicinare prima con l’ascolto e lo sguardo profondo e poi con la condivisione delle storie personali, da queste donne desiderose di essere guardate come persone che hanno un futuro dopo la detenzione, che hanno delle relazioni al di fuori di queste mura… famigliari, mariti, figli, genitori, amici…
È stato sconvolgente per me sentirmi dire durante i primi giorni: “Vi aspettavamo, è da maggio che chiedevamo di voi… sono felice che siete arrivate!!!”. Come anche accettare un caffè offerto da loro: mi sembrava di rubare… Invece, pian piano, ho scoperto la bellezza della naturalezza nello stare con loro, ho avvicinato soprattutto le italiane e le rumene, poiché sono le lingue in cui riesco a fare un discorso o perlomeno a cavarmela, con qualcuna parlavo in inglese, con altre in francese… ed infine comunicavo moltissimo con i gesti… Una comunicazione magari a volte molto silenziosa, ma non per questo banale, anzi, spesso molto intensa… Abbracci ai quali attribuivo un: “Anche se non ci capiamo sto bene qui, accanto a te…”.
Certo cinquanta… sessanta detenute oltre a noi in un salone, che di salone non aveva proprio nulla, non è stato semplicissimo… Spazi, caldo, rumori… Non facilitavano certo la costruzione di relazioni di amicizia… Eppure la voglia sovrastava tutto ed ogni pomeriggio, mentre tornavo in stanza, facevo la doccia e mi sistemavo, pensavo a loro, ripercorrevo le parole, i discorsi, rivivevo le emozioni e lasciavo intrecciarsi lo stomaco come invece non mi permettevo nella struttura…
Già, ho preferito godermi ed accogliere ogni ragazza ed ogni donna con il sorriso, con l’allegria e con incoraggiamento… Ma poi a casa dovevo sfogare la tensione, lo sgomento, la solidarietà di ciò che avevo visto, ascoltato, vissuto: bambini in carcere, donne abbandonate, reati, pentimenti, le chiavi delle agenti, storie, scelte e accuse…
Questa esperienza di carità operosa, non di volontariato, perché in nome dell’amore del Signore, è stata ricca non solo per lo scontro/incontro con le realtà delle detenute e con il carcere ad ampio raggio, ma anche, e credo soprattutto, per una preparazione dello spirito e della mente…
La formazione è stata modulata, infatti ogni giorno ci veniva proposto qualcosa di diverso: film, musiche, contributi delle suore di Maria Bambina, lavori di riflessione in piccoli gruppi messi a confronto, drammatizzazione e riflessione sulla Scrittura (molto simile alla psicomotricità…) ed un po’ di sano SILENZIO, entro il quale riflettere sul passato, il presente, il futuro…
Poi c’erano gli appuntamenti di rifocillamento di senso Cristiano del nostro operato, il dono di simboli e spunti per affrontare con maggiore attenzione le sfumature delle persone che avremmo incontrato, i canti che riecheggiavano in me le parole dei salmi e i ringraziamenti per queste giornate così intense e sorprendenti… ed infine il momento più importante vissuto tra noi, gruppo dell’esperienza: l’Adorazione.
Il nostro ruolo non era semplicissimo… il canto che ci ha accompagnate s’intitolava “Filo del tuo arazzo” e diceva: “
Sarò una striscia di cielo, un filo di sorriso, un ciottolo di strada per la tua Vita”.
La consapevolezza di essere un goccia rispetto al mare di cure, attenzioni e dimostrazioni di rispetto e solidarietà di cui queste donne avrebbero bisogno mi ha accompagnata con serenità sin dall’inizio, ma il sorriso in certi momenti difficili presentati da contingenze drammatiche non è stato un compito di facile adempimento… Eppure Qualcuno ci ha dato la forza di Gioire, Ballare, Cantare, Ridere e Creare. Certo in questo vortice di gesti, sguardi, emozioni era difficile concentrarsi sul contesto… Almeno per me… In mio aiuto e sostegno sono stati gli ospiti che avevamo ad ogni cena… Già, perché se a pranzo eravamo ospiti della comunità dei Frati del Redentore, la sera abbiamo provato a conoscere il sistema del carcere dall’esterno attraverso l’incontro con le persone che quotidianamente, come il sacerdote, i responsabili delle cooperative inserite nel carcere e una agente, o periodicamente, come una giornalista (Ornella Favero) che ha una redazione al carcere maschile e gestisce nell’ambito del volontariato con progetti molto significativi, accompagnano e vivono i percorsi delle detenute… Ogni pasto però ero condiviso anche con altre tre persone: una detenuta, che grazie all’articolo 21 allargato ci ha preparato pranzi e cene indimenticabili, ed in suo aiuto due coniugi, grazie ai quali mi è stato permesso di comprendere la grandezza ed il senso che la Fede può attribuire alle nostre vite, all’amore che va oltre i luoghi, i tempi e la vita…
Raccontare in poche pagine dieci giorni così intensi è veramente impossibile… concludo però questo mio piccolo spazio di ricordi, sentiti e vissuti con il momento che più mi ha emozionata, la S. Messa in conclusione dell’esperienza… Sempre nella cappella del carcere come la prima,
ma questa volta noi ragazze eravamo sedute in mezzo a loro, le “nostre” donne… Non c’erano divisioni, eravamo tutte insieme un grande coro… Il cuore batteva all’impazzata… Ho sentito Gesù vivo, lì, in mezzo a noi, in ascolto delle preghiere che pronunciavamo per noi lì presenti, per i nostri cari, per una detenuta che era in forte difficoltà… Non riuscivo a cantare dall’emozione, avevo la pelle d’oca, le lacrime m’impedivano di emettere i suoni per i canti della messa, piangevo perché ero felice di aver accettato di svolgere questo servizio per il quale il Signore mi ha chiamata.
Attraverso queste donne, attraverso le mie compagne di viaggio l’ho incontrato… La donna accanto a me, accortasi della mia emozione mi ha donato un fazzoletto e mi ha stretta a sé… Avevo il cuore colmo, un’energia dirompente aumentava le mie palpitazioni…
CHE ESPERIENZA MERAVIGLIOSA… !
Quando sono tornata a casa, a Caravaggio, rivedevo i loro volti, le immaginavo lì con me… Pregavo per loro… Ecco cosa mi ha spinta a decidere… Da novembre tornerò una volta al mese, con alcune delle mie compagne d’esperienza in quel luogo: il carcere della Giudecca di Venezia.
Proverò a coltivare le amicizie germogliate in quei dieci giorni, mettendomi in ascolto e divenendo nel servizio e nella vita di tutti i giorni uno strumento gioioso e contagioso dell’Amore di Dio.